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Dukkha e Klesha, le sofferenze e le afflizioni della mente. Come superarle

Lo yoga è una disciplina spirituale nata dalla necessità di alleviare la sofferenza umana (dukkha) attraverso il riconoscimento dei Klesha (le afflizioni della mente). Gli antichi saggi hanno riconosciuto che la sofferenza germoglia dalla mente e colpisce tutti i livelli della nostra esistenza umana: fisica, mentale e spirituale. La sofferenza, infatti, non viene dall’esterno; è una risposta che produciamo noi stessi nella nostra mente. Questo può essere rassicurante perché significa che possiamo trovare dentro di noi la forza per fare qualcosa al riguardo!

È interessante vedere le diverse reazioni che hanno le persone sofferenti. In circostanze simili due persone possono avere risposte completamente diverse.

Un semplice esempio: due persone che si trovano più o meno nella stessa situazione economica perdono il lavoro. Una persona può cogliere questo evento come un’opportunità per fare qualcosa di nuovo ed eccitante; l’altro, invece, diventa depresso, incapace di cambiare. Perché?

Perché soffriamo? E soprattutto, possiamo fare qualcosa?

Anche gli antichi saggi si ponevano queste domande. Possiamo fare qualcosa a riguardo? Il saggio che elaborò gli Yoga Sutra, Patanjali ci dà un’idea delle ragioni principali della nostra sofferenza e ci parla degli strumenti yogici da applicare per alleviare il nostro dolore. È inevitabile che nella vita ci siano dolore e sofferenza, ma con lo yoga si possono alleviare le cause ed evitare sofferenze future.

Patanjali era un maestro della mente, o una descrizione migliore potrebbe essere, padrone della coscienza.

Dunque, quali sono le  cause di afflizione  (klesha) di cui parla Patanjali? Esse sono 5.

Nello Yoga di Patanjali, i Klesha sono gli stati di afflizione della mente o “nodi della mente”. Sono i frutti velenosi di un errato atteggiamento mentale. Sono cinque i fattori che causano la sofferenza, l’infelicità o disordine nella psiche umana, disturbando l’equilibrio mentale o psicologico e impedendo di realizzare il nostro sé divino.

I klesha sono ostacoli che hanno origine nella nostra mente e che condizionano la nostra vita quotidiana, deteriorando il nostro stato di salute e benessere.

Secondo lo yoga, dunque, noi soffriamo per i nostri meccanismi mentali. Anche in presenza di condizioni oggettive e materiali che possono generare afflizione, il problema maggiore è il nostro atteggiamento, la nostra risposta mentale. Se non scardiniamo i meccanismi mentali che generano sofferenza, essa si riproporrà anche quando le condizioni materiali sono favorevoli.

L’approccio alla vita dovrebbe essere quello di lavorare su sé stessi e fare in modo che l’io si liberi da questi fattori di indebolimento,  fattori che non possono causare altro che danni.

Questi cinque klesha o afflizioni, sono: Avidya (ignoranza, mancanza di consapevolezza), Asmita (l’illusione dell’Ego), Raga (attaccamenti), Dwesha (avversione, odio), Abhinivesha (paura della morte).

 

AVIDYA 

YOGA SUTRA 2.4
अविद्याक्षेत्रमुत्तरेषाां प्रसुप्ततनुविच्छिन्नोदाराणाम्
avidyā kṣetram-uttareṣām prasupta-tanu-vicchinn-odārāṇām

 

Avidya: ignoranza, nescienza
Ksetram: luogo, campo, origine
Uttaresam: seguito da, successivo
Prasupta: dormiente
Tanu: attenuato
Vicchinna: nascosto
Udaranam: pienamente operativo

“L’ignoranza è la fonte (la radice, la causa) della sofferenza, sia essa dormiente, attenuata, intermittente o pienamente attiva.”

 

YOGA SUTRA 2.5
अवनत्याशुविदुुः खानात्मसुवनत्यशुविसुखात्मख्यावतरविद्या
Anitya-Asuci-Dukha-Anatmasu-Nitya-Suci-Sukha-Atma-Khyatih-Avidya

Anitya: impermanente
Asuci: impuro
Dukha: miseria
Anatmasu: non-sé
Nitya: eterno, eterno
Suci: puro
Sukha: felicità
Atma: anima, Sé
Khyatih: prendere per essere, supporre di essere
Avidya: ignoranza

“L’ignoranza è considerare il non eterno come eterno, l’impuro come puro, il doloroso come piacevole, il non sé come sé”

 

Avidya è l’origine di tutti i Klesha, tutti i Klesha sono aspetti di Avidya.

“Avidya” è una parola sanscrita che indica una condizione interiore di non conoscenza, che potremmo tradurre con “ignoranza” e per lo Yoga viene considerata tra le fonti di maggiore sofferenza per l’essere umano.

Non si tratta però di ignoranza come viene intesa nel linguaggio comune, dunque un’ignoranza culturale, di mancanza di nozioni o di una mancata acquisizione di una perfetta conoscenza filosofica o religiosa, ma di ignoranza rispetto alla concezione della realtà, a ciò che costituisce il nostro sé più profondo, la nostra reale natura, verso il Divino che esiste fuori e dentro di noi.

Secondo Patanjali, noi non abbiamo mai una visione corretta della realtà, perché ogni cosa che noi percepiamo attraverso i cinque sensi è condizionata dai modelli mentali che abbiamo acquisito attraverso le esperienze.

Questa ignoranza, pertanto, si può considerare una mancanza di consapevolezza, come se avessimo un velo davanti agli occhi che ci impedisce di vedere la realtà, generando un’illusione che porta ad un’incapacità di sperimentare la vita nella sua intrinseca finalità, generando una sottile ma pervasiva sofferenza.

 

ASMITA
YOGA SUTRA 2.6
दृग्दशशनशक्त्योरेकात्मतेिाच्छिता
dr̥g-darśana-śaktyor-ekātmata-iva-asmitā

 

dr̥g: il veggente
darśana: vedere
śaktyo: il potere di (vedere)
eka: uno
ātmata: Sé
iva: come se
asmitā: identità

“l’egoismo è l’identificazione del veggente con lo strumento del vedere”

 

Asmita è uno dei figli di Avidya, in quanto a causa di quest’ignoranza ci si sente come un oggetto separato piuttosto che un tutt’uno con l’universo. Da ciò deriva la nostra tendenza a identificarci e a fondare il senso dell’Io su un instabile agglomerato di processi fisici e mentali.

Asmitâ rappresenta l’ego, l’illusione di essere soltanto un corpo, (il mio corpo), una mente (la mia mente), un nome (il mio), di identificarsi in un “io sono questo e quello”. L’errore rappresentato da Asmita è quindi scambiare questa struttura mentale, questo guscio esterno, con il nostro profondo sé, la nostra profonda identità.

Questo porta a una falsa identità, in cui l’immagine di sé è definita dai ruoli, dalle posizioni e dai beni che si ottengono nella vita.

Corpo e mente sono strumenti messi a nostra disposizione per l’esperienza di vita sulla terra. Identificarci con essi porta a sofferenza poiché la nostra felicità viene così fondata su elementi precari, condizionati e perennemente fluttuanti. Identificandoci con la mente ci identifichiamo con i desideri e veniamo trascinati in un meccanismo mentale che prende il possesso delle nostre azioni e dei nostri pensieri.

Lo yoga ci insegna che la nostra reale e profonda identità non coincide con un Ego capriccioso e insaziabile, ma con un’Entità più sottile che appartiene ad una dimensione più vasta del mondo materiale.

 

RAGA
YOGA SUTRA 2.7
सुखानुशयी रागुः

sukha: anuśayī rāgaḥ
sukha: pleasure
sukha: piacere
anuśayī: attrazione immediata verso le cause

rāgaḥ: attaccamento, desiderio, un sentimento che generiamo in noi stessi, di voler continuare un’esperienza di piacere che abbiamo.

“Il piacere è la causa principale dell’attaccamento”.

 

Raga è tipicamente tradotto come “attaccamento, attrazione, desiderio”. Quando abbiamo un Ego esteso possiamo sviluppare forte attaccamento ai nostri desideri, rendendoli veleno per la mente. Il desiderio in sé è un costrutto incancellabile dall’esistenza umana ma il problema consiste nel modo in cui esso opera in noi. La mancanza di consapevolezza, di controllo e di distacco dai desideri ci rende schiavi e dipendenti da essi. In presenza di questo veleno, la nostra mente si allontana dalla sua natura più profonda e dai richiami del nostro Sé più profondo, finendo per alimentare bisogni fittizi.

L’attaccamento porta ad un costante stato di paura: se non abbiamo qualcosa abbiamo paura di non ottenerla, se abbiamo qualcosa abbiamo paura di perderla. In questo modo siamo sempre sovrastati dalla paura, dalla bramosia di ottenere qualcosa e non può esserci rilassamento, contentezza.

 

DVESA
YOGA SUTRA 2.8
दुुः खानुशयी द्वेषुः

Dukha: Anusayi-Dvesah
Dukha: dolore, sofferenza
Anusayi: attrazione immediata verso le cause
Dvesah: avversione, repulsione

 

“L’avversione è il distacco dal dolore e dalla sofferenza.”

 

Come abbiamo precedentemente visto, Raga è il desiderio di provare sensazioni piacevoli.

Dwesha, al contrario, è la repulsione delle sensazioni spiacevoli. Cerchiamo subito di allontanare ciò che ci fa soffrire.

Raga, il desiderio, è chiedere, volere che il piacere si ripeta. Tendiamo a correre dietro il piacere, volendone sempre di più. Dvesa, l’avversione, nasce dal rifiuto, dal voler tenere lontano o evitare ciò che temiamo essere negativo o riteniamo dannoso, è voler sfuggire al dolore e desiderare che non si ripeta.

 

ABHINIVESHA
YOGA SUTRA 2.9
स्वरसिाही विदुषोऽवि तथारूढोऽविवनिेशुः
Svarasavahi-Vidusah-Api-Tatha-Arudhah-Abhinivesah

 

Svarasavahi: fluire con il proprio slancio
Vidusah: persona saggia
Api: pari
Tatha: allo stesso modo
Arudhah: fermamente stabilito
Abhinivesah: paura della morte, attaccamento alla vita

 

“Come nell’ignorante, così nel saggio, la paura innata e ben radicata dell’annientamento è l’afflizione chiamata abhiniveśa.”

 

Basandosi sui sutra precedenti, il testo sostiene che l’incomprensione della nostra natura (avidya) ci porta ad associarci erroneamente ai nostri pensieri su chi pensiamo di essere (asmita). Di conseguenza, sviluppiamo simpatie e voglie, desideri (raga), nonché antipatie e avversioni (dvesha). Più siamo investiti nella nostra identità, con tutte le idee e le attività ad essa associate, maggiore è l’attaccamento alla nostra vita. Questo istinto naturale di sopravvivenza è il più forte di tutti gli esseri viventi. Più forte è l’identificazione con il nostro corpo, la nostra mente e le nostre emozioni, più ci aggrappiamo alla nostra vita.

La paura di morire è molto forte in tutti noi, anche se non abbiamo avuto l’esperienza diretta di morire. Non c’è nessuno che non abbia paura della morte, è una paura naturale, ancestrale.

Crediamo che al momento della morte tutto sarà abbandonato. Il corpo che amiamo così profondamente non ci sarà più. Con la morte perderemo i nostri cari, così come il denaro, il potere, il prestigio, l’onore e la dignità. L’idea di perdere tutto ciò che ci dà identità ci terrorizza.

Questa paura pervasiva ha le sue radici nella nostra mancanza di comprensione del fatto che esiste qualcosa di più prezioso del nostro corpo, dei nostri cosiddetti cari e dei nostri beni terreni.

GLI STATI DEI KLESHA

Tutti gli individui vengono al mondo con questi klesha, tuttavia Patanjali ci dice che possono esistere in quattro stati diversi.

Sono detti dormienti quando il klesha non sono attualmente attivi ma possono risvegliarsi in qualsiasi momento. Prendiamo ad esempio abhinivesha, attaccamento alla vita; ci si può sentire non toccati dalla paura della morte fintanto succede qualcosa nella vita che all’improvviso la porta in primo piano. Abhinivesha ha sempre dormito dentro di noi.

Quindi, il secondo stato di cui Patanjali ci parla è lo stato diluito o indebolito. La maggior parte di noi dovrà tenere d’occhio attivamente i klesha per cercare di metterli in uno stato più debole in modo che non prendano il controllo delle nostre menti e delle nostre vite.

Lo stato successivo è lo stato intercettato. Questo avviene quando un klesha ne intercetta un altro. Un ottimo esempio di questo è con raga e dvesha in una madre. Siamo totalmente innamorati del nostro piccolo finché quel piccolo non fa qualcosa da far arrabbiare totalmente la madre.

E’ scioccante osservare come quel bellissimo amore della nostra vita possa improvvisamente diventare qualcosa di cui siamo incredibilmente furiosi.

Il quarto stato notato da Patanjali è lo stato attivo. Questo è lo stato della persona media che vive la propria vita senza riflessione, autoispezione o pratiche disciplinari e quindi non ha alcun controllo sulle proprie azioni. Queste persone agiscono semplicemente secondo i bisogni dell’ego, le proprie simpatie e antipatie e vivono in un luogo di costante e sottile paura di perdere tutto ciò per cui hanno lavorato.

Non hanno alcun controllo sulle loro menti perché non hanno esercitato alcuna forza per apportare i cambiamenti necessari.

TROVARE LE RISORSE

È fondamentale imparare a individuare le fonti delle afflizioni in modo da poter vivere consapevolmente e utilizzare i principi yogici e le discipline per sradicarle alla radice. Altrimenti stiamo solo reagendo; non abbiamo alcun controllo sulle nostre azioni.

Patanjali parla di molti ostacoli sui quali bisogna lavorare con ordine per portare un po’ di chiarezza mentale nella tua vita e nella tua pratica. Ne parleremo nel prossimo articolo.

Fonti:

Light on the Yoga Sutras of Patanjali di BKS Iyengar
The Yoga Sutras of Patanjali Translation and Commentary di Sri Swami Satchidananda
I Klesha – le afflizioni di  Alice Rolle 

 

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